Intervista a don Cesare Castelli, collaboratore parrocchiale dal 2018, il quale ha vissuto in prima persona il dramma del Covid-19 nel marzo di due anni fa. Un percorso tortuoso tra terapia intensiva e trachetomia, dove il sacerdote ha potuto «sentire la misericordia di Dio». Classe 1956, originario di Brignano Gera d’Adda, don Cesare è stato missionario fidei donum in Africa nella diocesi di Balaka nel Malawi in Africa per 23 anni, dal 1993 al 2016 prima di divenire parroco a San Martino in Beliseto e Marzalengo. Tra riflessioni sull’esperienza della malattia, la vocazione sacerdotale in città e la misericordia di Dio, per don Cesare non bisogna dare nulla per scontato: «Siamo nelle mani del Signore; però proviamo a stringerle un po’ quelle mani… Per provare a portare la sua croce».
Don Cesare, come ti trovi a Casalmaggiore dopo quattro anni?
In generale c’è la sensazione di sentirsi isolati. Non c’è niente, qui neanche le persone in oratorio. Poi essendo venuto in obbedienza al Vescovo, non discuto il fatto di vivere qui; neanche sapevo dove fosse Casalmaggiore… Rispetto all’ambiente da cui vengo è un mondo diverso, avendo fatto esperienze nella bergamasca e in Africa. In quei contesti sono riuscito a creare una situazione nuova. Qui è tutto da reinventare.
Davvero esistono queste difficoltà?
Con la gente che gira attorno alla Messa io vado d’accordo. I casalaschi mi salutano sempre, quando porto le comunioni sono ben accetto. Quando vado a benedire le case, chi mi apre mi accoglie bene. Eppure, alla sera se io esco fuori è tutto chiuso, non c’è nessuno in movimento. Anche alla domenica sono venuto due o tre volte all’oratorio Maffei, ma non c’è nessuno neanche là. Vedo che, a modo suo, anche don Arrigo si è scontrato con l’oratorio di qui. Nel complesso non sto male, perché con i miei “colleghi” preti vado d’accordo; anche se tante volte non abbiamo le stesse idee, ci vogliamo veramente bene e questo è importante. Dopo il resto verrà pian piano, anche perché in quattro anni che sono qua due li ho passati in ospedale…
Hai anticipato uno dei temi di questa intervista. Cosa ti ricordi di quelle giornate vissute con la malattia del Covid-19?
Mi ricordo ben poco. Tutto ciò che so di quelle settimane me l’hanno detto gli altri.
Quando sono tornato da Vailate, Angela mi ha detto che cantavo l’Ave Maria di De Andrè perché non riuscivo a pregare, e lei è scappata piangendo; credeva che stessi proprio morendo.
Quello che mi ricordo e che mi hanno messo una cosa per respirare, poi sono sprofondato in un buio e quando sono uscito da quella oscurità ho cominciato a respirare ancora. Un’altra cosa che ricordo – non so se fu un sogno o un incubo –, fu l’immagine di essere stato bruciato, messo in un’urna funeraria e poi sulla tomba di mia madre. Qualcuno mi ha detto: «Tua mamma ti ha rimesso al mondo una seconda volta». Dopo ho avuto la fortuna – o sfortuna – che all’ospedale Oglio-Po mi hanno guarito tante volte e in modo bello e corretto, anche a Cremona e anche al San Camillo. Durante la riabilitazione a Vailate, invece, mi trattavano da matto. Mi hanno dopato e non ricordo niente, ho cancellato tutto. Mi dispiace perché mi hanno portato via il tao regalatemi dal mio catechista e il cellulare.
Ma prima di tutto, so che la gente ha pregato per me.
Poi, rientrato all’Oglio-Po, per mia fortuna c’erano Angela Bigi e la dottoressa Maria Grazia Bottoli che si sono “sbattute” al massimo per me. Se sono vivo è grazie a loro. In particolare, la Bottoli ha fatto di tutto per farmi tornare a casa e dopo ho cominciato a migliorare. So che il Vescovo dice che io sono il suo miracolato. Da qui ho cominciato a capire l’importanza delle preghiere della gente di Casalmaggiore. Prima del Covid-19, pensavo che le persone non si interessassero più di tanto di noi preti. Poi ho capito che non è così: i casalaschi hanno un modo diverso di porsi ai sacerdoti e ho cominciato a guardare a loro diversamente. In tanti mi hanno detto: «Quante preghiere abbiamo fatto per lei!» Mi hanno detto che ho rischiato almeno quattro o cinque volte di morire.
So che può sembrare strana come domanda o forse inopportuna ma… umanamente e spiritualmente, come ci si sente a essere dei sopravvissuti a un’esperienza del genere?
Al momento mi sono detto: «Perché proprio io?». Qualcuno in modo brusco mi ha fatto sentire in colpa dicendomi frasi come «Mio marito non ce l’ha fatta, invece lei si». Dopo, come ti ho detto, credo nella preghiera delle persone, è quella che mi ha tirato fuori e mi ha dato la voglia di ricominciare e di approcciarmi alla gente di Casalmaggiore. Prima di ammalarmi di Covid-19 ero molto in crisi; non capendo la realtà casalasca ho avuto molte difficoltà. Adesso invece sono libero anche di volere più bene. Vado a trovare gli ammalati, vivo Casa Giardino in modo diverso, cerco di pormi in altro modo. E chi vuole brontolare lo lascio fare, io accetto e basta. Tocca a me ora adattarmi a loro e non viceversa. Per quanto riguarda l’esperienza della malattia, io l’avevo provata anche prima. Quando tornai dall’Africa dovetti farmi quasi un anno a casa, perché a forza di andare in mezzo allo “sporco”, presi un virus al quale tutt’ora mi tengo controllato. Ma avevo rischiato molto e lo sapevo. Ecco: se fossi morto di Covid-19, non me ne sarei manco accorto.
Da come l’hai raccontata, questa esperienza della malattia sembra quasi un crocevia della tua vita. Emergono chiaramente un prima e un dopo, non soltanto rispetto alla tua vocazione sacerdotale, ma anche rispetto alla dimensione umana e alla relazione con il tuo territorio.
Ho vissuto e sentito la misericordia del Signore addosso. Forse sono ancora vivo perché devo fare ancora qualcosa: che cosa ancora non lo so. Forse vivere in mezzo agli ammalati, girare per le case di chi mi chiama, oppure andare più spesso alla Corte di Casa Giardino. L’esperienza del Covid-19 mi ha portato a dire: «Ecco, siamo nelle mani del Signore; però proviamo a stringerle un po’ quelle mani… Per provare a portare la sua croce».
Hai detto di aver sentito la misericordia di Dio. L’uomo di fede come fa a conciliare questo momento così intimo e profondo con la sofferenza di quel momento fisico dell’impossibilità di sentirsi vivi?
Noi leggiamo nella pagina del Vangelo: «Chi mi vuole bene porti la sua croce». Dobbiamo vestirla questa croce, ma in quale modo? È facile dirlo, e tante volte ci accorgiamo che il vestito è l’esperienza che fai della vita; anche quelle dolorose. Accettarle significa accettare la croce. Tante volte la misericordia la comprendi quando capita di riceverla, però sei invitato anche a darla. Ecco perché ci sono relazioni diverse con la gente, perché capisci che la misericordia vestita nei panni di San Paolo è l’amore verso tutti, accettandoli come sono, camminando assieme. Quando incontri delle persone, possono essere buone e cattive. Tu guarda sempre alla parte buona, quella cattiva buttala alle spalle, guarda sempre avanti. Bisogna sempre guardare alla positività di tutti, anche se a volte non ti va sempre tutto bene. L’importante è ricominciare ancora e saper perdonare confidando nella misericordia del Signore e nel tuo impegno di cambiare. Nessun prete ha la medicina per farti diventare santo. Ce l’hai tu. Accettare tutti con semplicità e non tacere la verità: il Signore ti vuole bene sempre. Se ti darà la croce, ti darà anche quella forza di portarla.
Dall’inizio di questa conversazione c’è un filo rosso in grado di legare le tue parole, ovvero che non bisogna dare niente per scontato; dalla possibilità di vivere ad una prospettiva più profonda sulle relazioni umane.
Se prima ero molto deluso, adesso riesco molto di più ad amare. Chi mi tratta male… non mi importa più nulla. Ce ne sono altri che mi vogliono ancora più bene. Ecco, il Covid-19 mi ha dato l’esperienza di vivere quello che vivevano gli altri quando incontravano me in Africa. Lì ero l’unico che andava da tutti gli ammalati facendo km e km al giorno, solo per portare l’Eucarestia e regalargli una corona che facevo io. Con questa malattia, ho provato ad essere dall’altra parte: se prima magari mi sentivo quello “onnipotente”, lì invece ho “ricevuto” le medicine, l’amore, la carità, perché davvero è stata grandissima la preghiera nei miei confronti. Ed ero qua solo da due anni.
Sembra proprio un mondo diverso quello dall’altra parte del mondo – o dell’anima -.
La differenza è che qui danno tutto per scontato e poi alcuni pretendono. In Africa non è così. Là facevo il prete, perché le cose laiche le facevano i laici. Qui no. Qui dev’essere sempre il prete a partire, a creare iniziative o a fare qualcosa. Qualcuno, ad esempio, mi ha rimproverato perché non raccolgo io i soldi dalle cassette della carità. Non è compito mio, ma del laico.
Sembri molto colpito da questa percezione del ruolo del prete nella nostra realtà.
Non credo infatti sia colpa loro, perché forse hanno trovato preti che non glielo hanno lasciato fare. Però i laici o hanno paura di essere bloccati o non hanno voglia di essere intraprendenti. Non so se per mancanza di libertà o per abitudine. Tante volte racconto l’esperienza della benedizione delle capanne in Africa. Si partiva alla mattina e si tornava alla sera, partivo da solo e alla fine alle quattro eravamo in trenta che dicevamo la messa.
Azzardo a dire quasi uno scontro di mentalità.
Il Concilio Vaticano II ha trovato una Chiesa libera in Africa, mentre qui no. Ad esempio, là è possibile avere anche un mussulmano che viene in oratorio liberamente. Io avevo cinque asili nido dove avevo anche tanti mussulmani, liberi di venire e di accettare la proposta. Uno se fosse venuto, avrebbe saputo qual era il tipo di offerta ricevuta.
Tornando un po’ alla realtà di Casalmaggiore, quello che rimpiangi – o speri di portare anche qui – è una chiesa o oratorio in grado di diventare uno spazio libero?
Come ho detto all’inizio, tante volte mi sento perso qua. Il Vescovo mi ha detto di aiutare don Claudio: ma a fare cosa, mi chiedo tante volte… Io non posso portare qui né Bergamo né l’Africa. Perciò devo cambiare io per la gente di qua. Forse in quei luoghi, nei paesotti della bergamasca, o dopo venticinque anni di missioni in Africa, si soffre insieme e si gioisce insieme all’altro. Qui invece c’è tanta indifferenza. Se vuoi fare o dire qualcosa, devi comunque spiegare il perché o un per come.
Non sembri l’unico ad aver incontrato queste difficoltà; anche se però sembri riconoscente verso gli abitanti di Casalmaggiore.
Quando vado in giro la gente mi saluta sempre, quando porto le comunioni sono ben accetto. Quando vado a benedire le case, chi mi apre mi accoglie bene. Io ho fatto esperienze differenti come prete nella bergamasca e poi in Africa. Piano piano lì sono riuscito a creare una situazione nuova. Qui è tutto da reinventare. Ma non posso dimenticare le preghiere ricevute. Sono un “povero cristo” che cerca Cristo. Il resto verrà pian piano.
di Jacopo Orlo
foto del sito web Gli Amici di Don Maurizio

