Pubblichiamo l’intero testo dell’omelia fatta da don Arrigo Duranti, nostro vicario, nell’occasione della festa Patronale di Santo Stefano Protomartire
“Anzitutto permettetemi di dire grazie al nostro Abate don Claudio che oggi ha voluto che fossi io a presiedere questa Eucarestia. Non nascondo di sentire la responsabilità di queste perché sappiamo che in questo giorno così importante per la nostra comunità è sempre stato occasione di riflessione e di moniti per la vita dei cristiani di Casalmaggiore. Un altro grazie va alla Chiesa, alle famiglie e alle comunità cristiane che hanno una co-responsabilità nel creare un clima favorevole alla crescita di vocazioni anche sacerdotali, perché senza di esse non sarei qua nemmeno io a ringraziare con voi il Signore per questi miei primi cinque anni di sacerdozio. Prima di consegnarvi qualche spunto su Santo Stefano mi sembra importante sottolineare il senso di questa festa patronale che per noi di Casalmaggiore è molto particolare perché anche dato il giorno non abbiamo processioni, non abbiamo statue del Santo da esporre, non abbiamo manifestazioni folkloristiche ne tanto meno quei giochi collegati alla vita dei Santi. Diciamo che come festa rispondeva al desiderio e alla necessità vitale dell’uomo di dare spazio alla spiritualità e alla socialità, attraverso manifestazioni di gioia e di giubilo, interrompendo la monotonia del quotidiano e della preoccupazione del guadagno. Oggi, certo, sembra che abbiano preso il sopravvento altri elementi che rischiano di svuotare il contenuto specificamente cristiano e umano che ne era all’origine, per lasciare il campo a una manifestazione quasi esclusivamente commerciale, sociale o folkloristica, perdendo anche il carattere di occasione favorevole di incontro e di dialogo tra i membri di una stessa comunità. “La festa infatti è partecipazione dell’uomo alla signoria di Dio sulla creazione e al suo “riposo” attivo, non ozio sterile; è manifestazione di gioia semplice e comunicabile, non sete smisurata di piacere egoistico; è espressione di vera libertà, non ricerca di forme di divertimento ambiguo, che creano nuove e sottili forme di schiavitù…”. Colto e sottolineato che non abbiamo nulla di tutto ciò che avviene altrove, riscopriamo davvero e viviamo quello che abbiamo la sola Messa del patrono Santo Stefano. La festa di santo Stefano, il primo martire, questa festa, collocata all’indomani del Natale, ci sembra un po’ fuori posto. Abbiamo appena celebrato la vita che nasce, il Verbo che si fa carne, il bambino di Betlemme che muove i primi passi in mezzo a noi. E oggi la liturgia ci propone di guardare non solo alla vita e alla testimonianza di fede di Stefano, ma, addirittura, alla sua morte. Potremmo rimanere perplessi di fronte a questa scelta, di fronte a questa festa che segue immediatamente il Natale del Signore. Al di là delle origini storiche della festa e della sua collocazione in questo giorno che sarebbe precedente alla definizione della data del Natale, ricordo solo che la chiesa delle origini voleva che i compagni di Gesù fossero celebrati vicini alla ricorrenza della sua nascita. Ecco mi sembra utile però raccogliere provocazioni dalla festa di santo Stefano celebrata subito dopo il Natale. La parola di Dio che abbiamo ascoltato ci invita a guardare al Santo e a imitarlo in alcuni atteggiamenti di fiducia, di perseveranza e di benedizione.
La prima caratteristica di Stefano è quella di fidarsi di Dio. Fu normale, spontaneo per lui tale sentimento: aveva scoperto Dio come Padre! Santo Stefano, come abbiamo ascoltato nella seconda lettura, si affida totalmente al Signore fino al dono della vita. Infatti, nel momento stesso in cui lo lapidavano esclamò: «Signore Gesù, accogli il mio spirito» (At, 7, 59). È la ripetizione fedele del gesto supremo di Gesù in croce che dice: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23, 46). È il gesto con il quale anche noi possiamo accogliere con fede dalle mani del Signore quanto in questo preciso momento della nostra esistenza ci è chiesto di vivere. Non sempre dobbiamo fare i conti con situazioni facili, non sempre ci sono passaggi felici nella nostra esistenza. E’ proprio in questi momenti che deve nascere spontaneo e fiducioso il nostro grido di aiuto al Signore! È la fiducia in Dio che dà senso e nuovo colore alla nostra vita e ci permette di andare in profondità nel nostro cuore. Presentarci a Lui in tutta sincerità con i nostri risultati positivi o fallimentari e anche con la coscienza delle nostre colpe, delle nostre miserie. È quello il momento più salutare per creare un rapporto vero con Dio e risolvere noi stessi in positivo. Sentiremo come non mai la forza di Dio che ci rigenera e ci spinge ad andare avanti per affrontare qualsiasi difficoltà, non ripiegandoci su noi stessi ma aprendo il nostro sguardo ai nostri fratelli con i quali condividere gioie e dolori. Le eventuali esperienze negative non devono allontanarci da Dio ma devono essere occasioni per crescere nel nostro percorso di adesione al Signore, che guarderemo come Padre, pieno di misericordia verso noi tutti. Questa fiducia in Dio di Santo Stefano deve davvero interrogarci sul senso di comunità che da cristiani dovremmo avere.. Un turno alla San Vincenzo? Un oretta di pulizie in oratorio? In Duomo? Pensiamo a queste cose e magari iniziamo a proporci chissà di vedere qualche volto nuovo. Sappiamo chi sono le persone che di solito vengono? Quante sono?
Il secondo atteggiamento da imitare in Santo Stefano è la perseveranza: «Chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato» (Mt 24,25), ci ricorda Gesù. Così ha fatto Santo Stefano, «pieno di grazia e di potenza» (At 6, 8), per tutta la vita fino a quando «gli anziani e gli scribi gli piombarono addosso, lo catturarono e lo condussero davanti al Sinedrio» (At 7,54). Così siamo spronati a fare noi, lavorando con generosità e con gioia perché la nostra vocazione di cristiani si compia, nel matrimonio, nella consacrazione religiosa, nel ministero sacerdotale, là dove e come il Signore ci ha chiamati. La realizzazione della nostra vocazione oggi non è facile, non abbiamo l’applauso assicurato, anzi, il contrario! Essere cristiani spesso richiede di lottare e, a volte, di patire, come è capitato a Stefano e ai numerosi martiri di ogni epoca, che hanno preferito la morte piuttosto che tradire il Signore. E qui, di fronte ai martiri, tutti ci sentiamo piccoli, anzi, direi, indegni talvolta di chiamarci cristiani per la pavidità della nostra fede. Oggi siamo tutti più fragili e la cultura dell’usa e getta, del tutto e subito ci rende vulnerabili di fronte alle difficoltà, per cui siamo tentati di buttare la spugna ancor prima di avere tentato di lottare per ciò che pure crediamo bello e importante. L’esempio di perseveranza del martire Stefano ci incoraggia invece a non mollare, a farci forti del segreto della sua perseveranza: «pieno di Spirito Santo, fissando il cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla destra di Dio» (v. 55). La perseveranza si coltiva con la preghiera che ci permette di tenere fisso lo sguardo su Gesù e con una vita ecclesiale più autentica. Rendiamocene conto: oggi non basta una vita cristiana individuale, non basta la preghiera personale, dobbiamo sentirci più chiesa, più famiglia, più uniti nel nostro essere cristiani. Se Stefano può vivere la donazione fedele e totale di sé, è perché ha gli occhi aperti sul cielo, su Dio, ma ha attorno a sé anche la primitiva comunità cristiana palpitante di fervore e di entusiasmo per la nuova vita ricevuta con il battesimo. Dobbiamo pregare di più lo Spirito Santo, perché effonda su di noi il dono della fortezza e ci faccia sentire tutti veri discepoli di Gesù. In questo discepolato ci sentiamo veramente oppure sono solo belle parole e poi la nostra Fede è solo qualcosa di personale e individualistico? Come avrete visto quest’anno l’oratorio non ha organizzato lotterie e vendite di Pan Santi proprio per mettere al centro d’importanza i lavori del secondo lotto. Non si tratta solo di dare un’offerta più o meno abbondante ma da cristiano le cose che possiamo fare su questo fronte sono molteplici, dal proporre iniziative al far sapere davvero a tutti che la nostra Chiesa si sta impegnando in questo. Cerchiamo di essere almeno noi i primi che ci tengono.
Il terzo atteggiamento di Stefano che siamo chiamati ad imitare è quello della benedizione. Da fedele discepolo di Gesù, egli non maledice i suoi persecutori, ma dice bene di loro davanti a Dio: «Piegò le ginocchia e gridò a gran voce: “Signore, non imputare loro questo peccato”. Detto questo, morì» (v.59). Non maledice, ma addirittura perdona. Possiamo imparare da lui a benedire, cioè a parlar bene degli altri. La benedizione allarga il cuore e le mani per far posto a tutti come fa Dio e va dalla condivisione di quanto abbiamo fino al dono di noi stessi, fino al perdono. Questo è lo stile dei Santi, la cui esistenza è stata animata in modo mirabile e costante dalla carità, che è «il vincolo della perfezione» (Col 3,14). Non manchi mai in noi quel benedire, cioè dire bene in primis noi, della nostra vita e della vita degli altri perché la testimonianza cristiana passa proprio attraverso quei comportamenti che noi abbiamo sia come singoli sia come comunità. Pensiamo alle molte proposte anche di fede che le nostre parrocchie fanno. Non possiamo andare a tutte è vero, ma non possiamo anche non andare a nessuna. Impegniamoci a leggere le proposte e ogni tanto partecipiamo perché a non esserci si corre davvero il rischio che qualche luce ci spenga e anche i sacerdoti inizino ad inserire priorità diverso. Credo che questo nuovo impegno possiamo prendercelo davvero. Lo Spirito Santo ci guidi e ci sostenga, affinché sappiamo attuare fedelmente nella vita ciò che pronunciamo con le parole e ciò che è accaduto nella vita di Santo Stefano possa interpellare davvero la nostra vita.”
Preghiera a S. Stefano Protomartire, patrono della nostra parrocchia
O beato Stefano, nostro Patrono,
che hai offerto la tua vita per il Signore Gesù
dona anche a noi la forza e il coraggio
di spendere la nostra vita
per la causa del Vangelo.
Tu che, come Gesù, sei morto
pregando per i tuoi persecutori,
intercedi presso Dio, per ottenere anche a noi
il dono della preghiera e la forza
del perdono e della Misericordia
in ogni circostanza della vita.
Veglia sulle nostre famiglie,
perché siano luoghi di amore e di concordia.
Veglia sulle mamme che sono
in attesa di un figlio,
perché, insieme ai loro mariti,
accolgano con gioia
la nuova vita, che è frutto dell’amore di Dio.
Veglia sui ragazzi e sui giovani,
perché, “come sentinelle del mattino”,
preparino giochi fecondi
per la vita della Chiesa
per il futuro del mondo.
Veglia su coloro che operano
nei molteplici campi del lavoro umano,
delle attività commerciali e produttive,
dei servizi educativi e sociali,
della pubblica amministrazione,
perché si lascino guidare sempre da
propositi di onestà,
di attenzione ai bisogni della persona,
di promozione del bene comune.
Veglia sui poveri, sugli anziani e sugli ammalati,
perché, sul tuo esempio,
uniti alla Passione di Gesù,
sappiano affrontare le tribolazioni dell’esistenza
con la speranza annunciata
dall’Angelo della Risurrezione
il mattino di Pasqua.
Veglia, infine, su tutta la nostra comunità,
perché, fra le consolazioni
e le prove dell’esistenza,
sappia vivere nella gioia della fede
e nella fecondità delle opere,
contemplando sempre i cieli aperti,
dove splende la bellezza eterna di Dio,
vero e definitivo approdo
della nostra umana avventura.
Amen.
Preghiera di Don Alberto Franzini







