Coena Domini
Celebrazione presieduta da don Claudio Rubagotti Abate Parroco di Casalmaggiore
< L’immagine del pane e del vino, al centro del Giovedì Santo, è tra le immagini più profonde e concrete della vita cristiana, perché parla di qualcosa di quotidiano trasformato in dono totale.
Il pane è ciò che nutre, ciò che sostiene la vita giorno per giorno. È semplice, essenziale, condivisibile, è frutto del sacrificio di chi lo produce. Nella nostra vita rappresenta tutto ciò che siamo chiamati a spezzare per gli altri: il nostro tempo, le nostre energie, le nostre attenzioni. “ Spezzare il pane” diventa allora un invito a non vivere per noi stessi, ma a farci nutrimento per chi ci sta accanto , soprattutto nei gesti piccoli e nascosti.
Il vino, invece, richiama la gioia, la festa, ma anche il sacrificio. È frutto della spremitura dell’uva, quindi porta in sé l’idea di trasformazione attraverso una certa “fatica”. Nella nostra esistenza rappresenta l’amore che si dona fino in fondo, anche quando costa, anche quando implica rinuncia. È la capacità di trasformare le prove in occasione di crescita e dono.
Nel Giovedì Santo, questi due elementi diventano segno di una vita donata totalmente: non trattenuta, ma offerta.
Diventa quindi importante chiederci ogni giorno:
In che modo sono “pane” per gli altri?
Dove sono chiamato a “versare il vino”, cioè a donarmi con amore autentico?
Questa metafora ci invita a una vita concreta, fatta non di grandi parole ma di gesti reali: condividere, perdonare, servire, amare senza misura.
In fondo, il messaggio è semplice ma esigente: la nostra vita trova senso pieno quando diventa, come il pane e il vino, dono per qualcuno>.
In Passione et Morte Domini
Azione liturgica presieduta dal nostro Abate Parroco Don Claudio Rubagotti.
Vi consegnamo alcuni passaggi importanti della sua riflessione:
C’è un punto decisivo che distingue radicalmente la figura di Gesù Cristo da ogni altra logica religiosa o umana del sacrificio: **non chiede il sangue di altri, ma offre se stesso**.
Nella storia dell’umanità, il sacrificio è spesso stato il tentativo di placare Dio attraverso qualcosa o qualcuno: un animale, un nemico, talvolta persino l’innocente. È sempre “qualcun altro” a pagare. In Cristo, questo movimento si capovolge.
Non è l’uomo che offre qualcosa a Dio.
È Dio che, in Cristo, offre sé stesso all’uomo.
Qui prende senso l’immagine dell’“agnello”, così centrale nella tradizione biblica. L’Agnello di Dio non è scelto tra altri esseri da immolare: è Cristo stesso che diventa l’agnello. Non designa una vittima: si rende vittima. Non impone: si consegna.
E questo cambia tutto.
Perché la croce non è più il luogo dove Dio esige, ma il luogo dove Dio si espone. Non è il trionfo della violenza, ma la sua rivelazione e, allo stesso tempo, la sua sconfitta. Lì si vede fino a che punto arriva la logica umana — eliminare, colpire, sacrificare l’altro — e lì, nello stesso gesto, si manifesta una logica opposta: **amare fino a lasciarsi ferire senza restituire il colpo**.
In questo senso, la “morte che rompe la morte” non è solo un evento miracoloso, ma una trasformazione del significato stesso del morire. La morte di Cristo non alimenta il ciclo della violenza: lo interrompe. Non genera altra morte: la assorbe.
E la resurrezione è come la risposta silenziosa ma definitiva:
questo modo di amare — che non prende, ma dona sé stesso — è più forte della morte.
Non è il sangue degli altri a salvare il mondo.
È l’amore che sceglie di non sacrificare nessuno, nemmeno per salvarsi, ma di **offrirsi per tutti**.
Veglia Pasquale
Presieduta dal nostro Abate Parroco don Claudio Rubagotti
La Risurrezione di Gesù Cristo non è solo un evento da ricordare, ma una realtà che ci riguarda profondamente, qui e ora. Nella Pasqua celebriamo una vita che vince la morte, una luce che attraversa ogni oscurità. E dentro questo mistero, ci siamo anche noi.
Spesso viviamo momenti di fatica, di chiusura, di paura — piccole “morti” quotidiane che sembrano toglierci speranza. Eppure la Risurrezione ci ricorda che nulla è definitivo, che ogni fine può diventare un nuovo inizio. Non perché tutto si risolve magicamente, ma perché l’amore di Dio è più forte di ogni limite.
Essere parte della Risurrezione significa lasciarsi trasformare: imparare a perdonare quando è difficile, ricominciare quando sembra impossibile, credere nella vita anche quando tutto parla di fine. È un cammino lento, concreto, fatto di scelte quotidiane.
La Risurrezione, allora, non è solo qualcosa che è accaduto a Cristo, ma qualcosa che accade in noi ogni volta che scegliamo la vita, la speranza, l’amore.
Pasqua di Risurrezione
Santa Messa presieduta dal nostro Vicario don Arrigo Duranti
Pietro ci assomiglia.
E ci assomiglia, certo, per quella troppa sicurezza,
con cui proviamo sempre un po’ a nascondere e a negare la nostra fragilità.
Ma ci indica anche la sua strada, quella che passa dal fallimento delle sue certezze,
Pietro ci indica la strada incerta, ma promettente di chi sa ri-credersi.
Insieme alla strada faticosa delle lacrime che lavano e che rigenerano la vita.
Perché le lacrime sono la confessione dell’immensa distanza che c’è tra una buona intenzione e le contraddizioni che ci portiamo addosso,
la distanza incolmabile tra un desiderio sincero e quello che poi, alla fine, ci accorgiamo essere capaci di fare.
Ma è proprio in quella distanza che si scopre la possibilità di passare dalla morte alla vita, dal fallimento al ricominciamento.
E così, Pietro è quello che ci assicura che c’è Pasqua anche per noi.
Perché la Pasqua può essere questo: una risurrezione e un nuovo inizio possibile.
Per noi, come lo è stata per Pietro.
Ecco, allora, cosa può voler dire fare Pasqua, oggi, insieme all’apostolo Pietro.
Vuol dire accogliere e testimoniare – per noi e, quindi, per tutti – un nuovo inizio possibile.
Anche quando si è inciampato, anche quando si è caduti, anche quando si ha tradito.
Come è stato per Pietro.




























