Pubblichiamo il testo dell’omelia fatta da don Claudio Rubagotti nell’occasione della notte del Santo Natale
“Sono quattro le S. Messe del Natale e questo ci dice l’estrema importanza di questa festa, perché ognuna della quattro sottolinea un aspetto in particolare. Questa, la Messa della notte, è di antichissima tradizione e il suo significato è molto basico, ed è che la notte viene attraversata dalla Grazia. Stanotte affrontiamo il buio per incontrare la luce. Tutta la vita cristiana si gioca su questo contrasto: la luce che ci portiamo dal Battesimo contro le tenebre. Queste ci sono consegnate da quando siamo battezzati, dobbiamo invece impegnarci nel capire se siamo o no luce, se riusciamo a mantenere la promessa del Battesimo. La nascita di Gesù non è accurata al massimo dal punto di vista storico, ma a noi non interessa: i profeti ci danno delle coordinate per farci capire che Dio entra nella storia. Abbiamo due sposi, Giuseppe e Maria: è bello pensare che prima del bambino, la donna aspettasse suo marito, Luca nel Vangelo lo precisa chiaramente. Il Signore entra nella storia in cui c’era già un’attesa, quella del loro amore. Tante volte siamo chiamati a vivere delle attese, in cui Dio annoda la propria, e mettere in moto degli elementi nuovi in cui Dio si inserisce. Il fatto che Maria resti incinta dello Spirito Santo, non toglie importanza al fatto che Maria e Giuseppe siano sposi. Vediamo che in quella situazione, in cui tutto è strano, nasce un bambino. Nonostante le difficoltà, però, si tratta di un parto abbastanza normale per l’epoca: il Vangelo non ci vuole presentare un’eccezionalità. Diversamente dal nostro bisogno di rendere unica questa storia, Dio ha scelto un altro “canovaccio”, quello della normalità: ciò che accade è divinamente normale. Lo farà anche Gesù, quando sarà grande. Il messaggio cristiano è proprio questo: ci insegna a vedere con occhi nuovi, quello che già ci circonda. Questo è il messaggio del Natale: due sposi, il loro amore, Dio che irrompe guastando tutto, presentando un raro clamore. Tutto ciò ci insegna a volgere lo sguardo attorno a noi, facendoci capire che noi abbiamo tanti motivi e strumenti per vivere la divinità nella normalità. Natale è la festa della Redenzione: noi siamo fortunati, alcuni diritti li abbiamo già dalla nascita. Nel passato, l’elemento redentivo permetteva allo schiavo di liberarsi dalla sua condizione di servitù. La Redenzione faceva sì che lo schiavista garantiva con la sua esistenza la libertà del suo prigioniero. Il Natale è la strada verso questa Redenzione. Noi cristiani abbiamo la fierezza nel dire che questo mondo, nonostante i mille problemi, è amato da Dio e ogni volta che un cristiano accoglie questa idea, mette alla luce Dio, lo genera. Ecco la Redenzione. La mia storia non è riducibile al mio fallimento o al mio successo: nessuno dei due è fine a sé stesso. Dio ha provato amore per questa storia, la mia storia, e la sposata. Quindi, il mio compito di cristiano è di vivere la luce. Io partecipo a quel cambiamento della storia che trasforma la morte in perdono, l’ingiustizia in pace perché Dio rivelerà ogni cosa. Ora no, ma già quell’ora è inscritto a quello che accadrà, è questa la Redenzione, l’atto di fede.”







